Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

Pignataro Maggiore, 15 Novembre 2008

Chiesa Madre

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

50° compleanno di Don Pasqualino Del Vecchio

 

 

 

Saluto iniziale

 

Vogliamo lodare il Signore per i suoi doni, come abbiamo cantato. C’è un dono, presupposto di ogni altro, senza il quale tutti gli altri doni sarebbero impossibili a riceversi ed è il dono della vita di cui vogliamo dire grazie. Se vivo, posso raccogliere anche tutti gli altri doni. La presenza del Vescovo è un segno di affetto nei confronti del vostro parroco che oggi compie cinquant’anni. Per la verità c’è anche Vitaliano che ne compie ventisei, ma cinquant’anni suonano in una maniera speciale. Fra tanti compleanni, credo sia quello che immediatamente segue, come popolarità, quello dei diciotto: da diciotto si passa subito a cinquanta. Quindi diciamo grazie con Don Pasqualino per il dono della vita e ciascuno di noi dica grazie per il dono dell’esistenza. Forse non valorizziamo appieno il dono che abbiamo, non siamo appieno riconoscenti al Signore che ce l’ha dato e che ce lo conserva. Per questo e per altro chiediamo umilmente perdono.

 

LETTURE

Prv (31,10-13.19-20.30-31)

1 Ts (5,1-6)

Mt (25,14-30)

 

Omelia

 

“E il servo inutile – dice la nuova traduzione – gettatelo là dove sarà pianto e stridore di denti”. Ci sono dei servi utili e dei servi inutili. Essere inutile significa vanificare l’occasione meravigliosa che ci è data in questo mondo di fare qualcosa di bello, qualcosa di grande. Ognuno di noi dovrebbe essere animato da questo proposito, da questo desiderio. Non è importante poi realizzare appieno quel sogno di bellezza, di grandezza che abbiamo avuto in partenza e che ci ha fatto superare tante difficoltà e tanti periodi aspri della nostra vita. L’importante è non rinunciare a quel sogno. La vita, cari fratelli e sorelle, è un tempo da arredare. Ci viene data questa possibilità, questa opportunità di esistere, di esser qui in questo mondo, in questo tempo, in questo spazio di mondo e noi dobbiamo essere bravi arredatori. Dovremmo trasformare – è sempre uno dei miei sogni – le colline intorno a Pignataro in colline verdi, perché questo è il nostro spazio: qui dobbiamo ottenere un panorama, uno spettacolo, un ambiente, una vivibilità al meglio. Questo significa arredare. Adesso le colline non le avete fatte voi, ci stavano quando siete nati e resteranno anche dopo di noi, ma queste colline sono brulle. Già ho presentato le mie proteste… Non è possibile piantare gli alberi su queste colline, perché poi li bruciano, perché poi i pastori… Ma non bisogna rassegnarsi. Le colline le abbiamo ricevute: possono restare brulle, possono diventare dei giardini, possono diventare delle colline toscane, possono diventare un parco, questo dipende da noi. È, in qualche maniera, il messaggio della parabola dei talenti: ti vengono date delle possibilità, tu sfruttale al meglio rendendo quell’angolino della tua vita un giardino. Ognuno di noi avrà un giardino e se non ha un giardino ha un vaso dove c’è della terra: anche quello è un giardino. Se hai un vaso sul davanzale quello è il tuo giardino. Se in quel vaso tu fai venir fuori i fiori più belli, questo è un modo di utilizzare bene la tua vita producendo bene per te ma anche per gli altri, perché se voi piantate dei fiori non ne gioite voi soli, ma anche quelli che passano. È così anche per le nostre vite: se sono belle, se sono impegnate, se sono ben arredate come una villa, le nostre vite fanno bene a noi ma aiutano anche altri. Questo è il motivo della condanna per questo servo inutile, infingardo, fannullone, pauroso, che non ha voluto rischiare e ha consegnato il prodotto così come l’aveva ricevuto. Invece tu ricevi un prodotto che devi rendere al meglio. Non riceviamo una vita bella e fatta, noi riceviamo una vita, dei giorni: arreda questi giorni, fai in modo che questa tua vita possa essere luminosa, profumata, accogliente, che quando tu andrai via da questa vita, gli altri possano benedirti per ciò che hai realizzato, ma soprattutto possa Dio benedirti dicendo: “Non ho creato invano quest’uomo, questa donna, questa persona, perché dalla sua vita è nata una foresta”. C’è un bellissimo verso di un musical su San Francesco (“Forza venite gente”) che dice: “Dal tuo seme una foresta”, perché Francesco ha avuto tanti figli. Ne ha ancora oggi a migliaia: tutti quelli che lo hanno seguito. “Dal tuo seme una foresta”. Ma sappiamo bene anche che ci sono dei semi che non producono nulla, perché non vengono seminati o perché vengono gettati via con incuria, o nessuno se ne prende cura… Allora Francesco è santo perché dal suo seme è nata una foresta: e dal tuo seme cosa sta nascendo? Cosa nascerà? Leggi “seme” uguale “tempo”. Anche oggi, questa giornata che concludiamo intorno all’altare è stata un seme: come lo hai vissuto? Cosa è nato in questa giornata? Come questa giornata si unisce in una maniera armoniosa, artistica (la nostra vita deve essere un’opera d’arte) con i giorni precedenti? Come prepara il giorno che verrà domani? Questo è il seme che ci è stato messo nella mano stamattina e che noi, in qualche maniera, nel corso di questa giornata ci siamo giocati. E vengo al rischio cui i primi due protagonisti della parabola sono andati incontro perché, dovendo trafficare il talento, hanno anche ricevuto delle difficoltà, hanno anche affrontato degli imprevisti, come tutte le azioni imprenditoriali. Bisogna avere imprenditorialità nella vita sul piano culturale, sul piano sociale, sul piano affettivo, sul piano personale. Essere imprenditori significa lanciarsi. L’imprenditore si lancia; l’imprenditore se ha – speriamo – un capitale, non se lo mangia ma lo investe, mette su una fabbrica, pensa ad una iniziativa. Questa imprenditorialità significa “rischio”, perché se io, il capitale, anziché tenerlo in banca lo investo, posso capitare in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo sul piano internazionale e posso perderlo. Questo è il rischio della vita, ma questo rischio bisogna correrlo. È meglio perdere, anziché riconsegnare il prodotto ancora sigillato, a dire: “Signore, non l’ho toccato. Ecco qua: te lo riconsegno”. Questo è il messaggio e da questo messaggio traiamo l’augurio per il vostro parroco che ha sulle sue spalle mezzo secolo. Dire “cinquant’anni” è una cosa, dire “mezzo secolo”… “Com’è vecchio il nostro parroco!”. Perché è importante questa scadenza dei cinquant’anni? Perché si raggiunge un grado di maturità che rende possibili quelle grandi cose sognate nella giovinezza. Attenti! Non sono i giovani che realizzano le grandi cose! I giovani ricamano i progetti, ricamano ideali, ma tu li realizzi (quelli che hai) nella maturità, e la maturità piena si ha a cinquant’anni. Questo è vero anche sul piano psicologico: prima dei quarant’anni non c’è stabilità nella vita di una persona. Quindi tutto quello che succede prima dei quarant’anni andrà bene?, regge?, non regge? Dopo i quarant’anni c’è questa stabilità e dopo i quarant’anni si raggiunge questa meta ambita e temuta dei cinquant’anni dove si è non “nel mezzo del cammin di nostra vita” perchè quella è già superata - Don Pasqualino non credo vorrà vivere cent’anni, anche se voi glielo augurate di cuore (ma non so se questo è un buon augurio) - quindi non sta nel mezzo, ma sta nella stagione più alta e, da un lato, il vostro parroco stasera dice: “Ma del tempo che ho avuto a disposizione fino adesso, che cosa ne ho fatto? L’ho utilizzato bene? Ho arredato bene questi miei anni, la mia giovinezza, la mia prima giovinezza, la mia seconda giovinezza, l’età matura, questi venticinque anni di Ministero Presbiterale?”. Dall’altra, è nelle condizioni di riprogettarsi, non perché ci sono i miei primi cinquant’anni e poi gli altri - come scrivono gli attori che hanno raggiunto questa meta e allora fanno un libro “I miei primi cinquant’anni” perché sperano di vivere anche i secondi, i terzi, i quarti e si illudono -, ma perché cinquant’anni diventa una sorta di pista di lancio, di decollo. Don Pasqualino, dai cinquant’anni, deve decollare ulteriormente, perché il tempo è breve (ce lo ricordava anche la Seconda Lettura), il tempo deve essere fecondo di opere (ce lo ricordava la Prima Lettura con l’immagine della donna che si dà da fare, della donna saggia) deve, a partire da oggi, dire: “Ho poco tempo, devo utilizzarlo al meglio, mettendo a frutto quello che ho capito fino ad oggi per una umanità ed una ministerialità presbiterale al top”. Questo è l’augurio che gli facciamo e questo augurio glielo fa il Vescovo ricordando tre relazioni – non ricordo neanche se l’avrò già fatto nel venticinquesimo – tre relazioni che io ho avuto con lui, come con qualche altro sacerdote della nostra Diocesi. La prima relazione è stata quella di amici. Noi ci siamo incontrati (Don Pasqualino era qualche anno dietro di me), ci siamo frequentati anche se di comunità diverse (chi sta in seminario sa a che cosa mi riferisco), di gruppi diversi e quindi noi ci siamo incontrati come amici. Poi venticinque anni fa, siamo diventati fratelli: ohibò! Com’è che il Vescovo è diventato fratello del nostro parroco venticinque anni fa? Perché quando io venni alla sua Ordinazione ero prete da pochi anni. Sia pure in una maniera simbolica, dopo l’imposizioni delle mani di Monsignor Sperandeo, insieme con gli altri sacerdoti imposi le mani sul suo capo – ero un prete – e lui nasceva come prete ed era il mio fratello minore: quindi eravamo fratelli. Poi questo fratello è diventato Vescovo di Teano-Calvi e io immagino che Don Pasqualino, Don Antonino (come lo chiamate voi) Nacca, ma anche Don Pasqualino De Robbio, Don Peppino Leone, cioè persone con le quali sono stato in seminario, poi hanno visto catapultarsi nella loro Diocesi quel seminarista che era loro compagno. Capite anche la loro difficoltà? Ma che cosa c’è di bello in questa nuova relazione? C’è la relazione del padre. Allora prima eravamo amici e attenti che queste cose che sono successe dopo, non hanno tolto la relazione precedente: l’hanno ampliata, l’hanno resa più bella. Quindi eravamo amici, siamo diventati fratelli nel Presbiterato, e nell’Episcopato Pasqualino è diventato mio figlio: lo dico con tanto affetto. E allora qui c’è l’augurio dell’amico di un tempo, c’è l’augurio del fratello, c’è soprattutto l’augurio del padre che, Don Pasqualino, ti augura una nuova stagione di saggezza, come ho detto l’anno scorso nel giubileo dei cinquantenni in Cattedrale: a cinquant’anni per gli Ebrei (solo a cinquant’anni) si veniva costituiti custodi dei vasi sacri. C’erano anche altri ruoli intorno al tempio di Gerusalemme, ma nessuno poteva toccare i vasi sacri, quelli che venivano utilizzati per la liturgia, per i sacrifici nel tempio; nessuno poteva toccarli se non quelli che avevano varcato questa soglia di saggezza, perché erano maturi, erano ritenuti in qualche maniera a loro volta padri, quindi potevano anche avere dimestichezza, non solo, ma custodire i vasi. Grun, che ha commentato questo brano dell’Antico Testamento, dice che “i vasi sacri sono le persone”, cioè le persone sono i vasi, non i calici, le pissidi: oggi, nella liturgia, le persone. Allora il tuo Vescovo-Padre, Pasqualino, ti augura di custodire i vasi sacri che sono le persone che la Chiesa ti ha posto nelle mani, che tu devi custodire, che sono i tuoi parrocchiani, le persone che si riferiscono alla tua ministerialità e alla tua paternità. Portiamo nella Celebrazione che continua questi motivi di gioia, questi motivi di memoria del passato, soprattutto questi nostri desideri che sono anche i desideri di Don Pasqualino che dice: “Sì, Signore, voglio che da oggi cominci per me una vita nuova. Adesso devo custodire al meglio i miei fratelli”. Amen.

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.